PSICOTERAPIA, AMORE E MALINTESI

Sto lavorando alla traduzione di un'intervista che Elizabeth Severn, la più celebre paziente di Ferenczi, concesse a Kurt Eissler nel dicembre del 1952.

Mentre sono ancora influenzato da un racconto di violazioni dei confini affettivi e sessuali fra terapeuta e paziente, letto in un libro qualche giorno fa, mi imbatto in questo passaggio dell'intervista, che mi pare significativo:

 

"noi parlammo molto delle differenti opzioni teoriche o pratiche che si sarebbero potute adottare per risolvere una situazione come quella.

Ora vediamo: c’erano due punti principali; Ferenczi sviluppò l’idea, e credo che certamente ciò gli sia derivato in parte da me, che l’analista deve avere più che una semplice buona volontà nei riguardi del paziente, ed egli adottò la parola “amore”. Ciò non significa che si trattasse di innamoramento, naturalmente, ma di una sensibilità verso i bisogni del paziente che si può chiamare “amore”.

 

In questo passaggio si adombra il possibile malinteso relativo all'amore reciproco fra paziente e terapeuta (e viceversa), in cui cadde la Severn stessa (anche se qui non lo dice) e che talvolta risulta oscuro ai terapeuti stessi.

D'altra parte non è infrequente che un paziente chieda al suo analista "quanto lo ama", una domanda alla quale non ci si può semplicemente sottrarre con qualche espediente tecnico.

 

Io credo che per poter rispondere a questa domanda, bisognerebbe ripensare ad alcuni "fondamentali" affettivi (mi vengono in mente, per contiguità, i "coinemi" di Fornari).

 

Dal mio punto di vista (maschile eterosessuale; altre opzioni sono possibili), io posso amare:

a)  il padre (modello, protezione; asimmetrico), 

b) la madre (porto, protezione, difesa, consolazione, ascolto; asimmetrico), 

c) la partner (oggetto di desiderio erotico, di amore che completa l'esistenza, partner nel progetto di genitorialità; simmetrico), 

d) il pari (oggetto di solidarietà fraterna; simmetrica); 

e) il bambino (oggetto da proteggere, con cui entrare in empatia, sperimentando più che in altre relazioni il sentimento, il bisogno, il dolore; asimmetrico).

 

(Naturalmente questa è soltanto una classificazione schematica, perché l'amore non può essere disgiunto dall'aggressività che in certa misura è inevitabile)

 

Ora se un mio paziente o una mia paziente mi chiedessero "di quale amore lo amo", lo inviterei a pensare quale di queste opzioni risponda ai suoi bisogni. In primo luogo: di tipo simmetrico o asimmetrico? (e la stessa domanda rivolgerei a me). E poi cercherei di individuare la posizione che serva ai bisogni del paziente. Perché di altri tipi di "amore" non ne conosco.

 

Dal mio punto di vista, credo che in psicoterapia ci sia soltanto la possibilità "e".