Mental health, race and culture secondo Suman Fernando

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Mental health, race and culture secondo Suman Fernando (I)
 
Suman Fernando, psichiatra, è originario dello Sri Lanka, vive e lavora nel Regno Unito. Egli si occupa da tempo del “razzismo istituzionale” nei servizi di assistenza psichiatrica inglesi e ha pubblicato testi  importanti e di grande interesse sulle culture professionali nel National Health Service  e sulle relazioni fra le stesse e il potere politico-istituzionale-professionale. Del suo pensiero ho già riportato alcune citazioni in questa rubrica il 1 novembre 2018.
Mental health, race and culture è un libro molto documentato. Il quarto capito è dedicato al “Razzismo in psichiatria” da cui ho tratto i passi che seguono[1]:
“Nel 19° secolo, la teoria dell’evoluzione di Darwin (1871) fu assunta come modello per le teorie dello sviluppo psicologico umano, e fu ritenuto che esistessero razze a diversi gradi di sviluppo in base ad una scala dell’evoluzione umana- il cosiddetto darwinismo sociale.
Herbert Spencer propose che per comprendere la mente delle razze umane “primitive”, quelle  “civilizzate” avrebbero dovuto indagare le menti dei propri bambini.
Nel 19° secolo sociologi e antropologi collocarono la pelle bianca e la civiltà Anglo-sassone al vertice del percorso evolutivo.




Nel 19° secolo e nella prima parte del 20° fu considerazione comune che la gente nera possedesse un cervello inferiore o una personalità imperfetta e queste idee furono largamente fatte proprie dagli psichiatri e dagli psicologi occidentali.
Nella storia della psichiatria occidentale si sono succeduti 3 distinti punti di vista:
  1. A metà del 18° secolo, l’affermazione del mito del “buon selvaggio” di Rousseau;  il “selvaggio” non risentendo delle influenze della cultura civilizzatrice europea non avrebbe sofferto di malattie mentali
  2. Dalla fine del 18° e nel corso del 19° secolo, per Daniel Tuke (1858), Maudsley (1867-79),il francese Esquirol, l’americano Rush, il Prichard del Treatise of insanity (1835) la follia sarebbe assai rara fra le tribù dei Negri d’Africa e dei Nativi americani
  3. Negli USA, gli psichiatri favorevoli al mantenimento dello schiavismo, usando i dati del Sesto Censimento USA (1840), affermavano che i negri in stato di schiavitù sarebbero stati a relativo rischio di follia, mentre in stato di libertà sarebbero diventati preda delle malattie mentali. Con questo sottintendendo che la innata inferiorità mentale dei Negri giustificava lo schiavismo. Tale tesi fu respinta da Benjamin Rush, uno dei padri della psichiatria nord-americana, che sosteneva che la capacità mentale della gente di colore non poteva essere valutata correttamente mentre era in schiavitù perché la schiavitù aveva effetti negativi sulle loro menti.
Lo stereotipo del “buon selvaggio” idealizzava le culture non-europee, mentre quello del “primitivo degenerato” le sviliva; ma ambedue gli approcci partivano dallo stesso punto secondo il quale solo la cultura europea (quella della razze bianche) era da considerarsi propriamente civile, essendo tutte le altre innativamente degenerate, come se non avessero una cultura.  
Nel 1895, alla fine del 19° secolo, Babcock, uno psichiatra della South Carolina pro-schiavismo, produsse la tesi che gli Africani erano strutturalmente incapaci di far fronte alla vita civilizzata. Nello scritto The colonial insane, Babcock aggiunse all’idea che le malattie mentali fossero quasi sconosciute fra le tribù selvagge dell’Africa l’osservazione che fra gli africani d’America la follia sarebbe aumentata dopo l’Emancipazione. Citava come causa di tale aumento, l’effetto deleterio della libertà su cervelli “pigri” e “selvatici”, nonché l’eliminazione delle regole e dei vincoli “salutari” dello schiavismo e preconizzava il costante aumento del numero dei folli di colore negli anni a venire.
La questione sottostante alla discussione sul rapporto fra civilizzazione e malattie mentali, richiama a quella sull’universalità o meno della schizofrenia.  Demerath  (1942) osservò che non tutte le società non-occidentali potevano essere definite “primitive”, in quanto tradizionalmente letterate o perché in contatto con le culture euro-americane. Seguirono gli studi di Benedict e Jacks (1954) su Maori, abitanti delle isole Figi, neri americani.
Dalla metà dell’Ottocento in poi, le idee razziste furono alla base di molte teorie scientifiche: vedi gli studi di John Langdon Down (1866) che vantò di aver trovato negli ospedali di South London tratti fisici di Malesi, Etiopi, Nativi americani, Mongoli fra i cosiddetti “idioti” ed “imbecilli”, per concludere che “un gran numero di idioti congeniti sono tipicamente Mongoli”.
E Kraepelin affermò che raramente gli abitanti di Giava ammalavano di depressione. Kraepelin (1920) interpretò le differenze fra le patologie psichiatriche in termini di genetica e influenze fisiche piuttosto che culturali, segno non solo del suo orientamento organicistica, ma anche di una sostanziale accettazione di una ragione razziale delle differenze culturali. Infatti Kraepelin vede i giavanesi come una popolazione psichicamente sottosviluppate, assimilabile ai giovani europei”.