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Messaggi in bottiglia agli/degli Specializzandi in Psichiatria
di La Primula Rossa

BELLI E PERDUTI: NOI SPECIALIZZANDI SENZA PATRIA

BELLI E PERDUTI: NOI SPECIALIZZANDI SENZA PATRIA

Ambulatorio di Psichiatria, quasi fine del secondo anno di Specializzazione.
 
Oggi ho visitato Luca insieme al dott. S.
Luca è un ragazzo di 19 anni, anche se sembra molto più giovane, è bello, magro, dai capelli rossicci e lo sguardo ferito. Appena entra in ambulatorio si siede curvo, come volesse rannicchiarsi su se stesso, il suo corpo guarda l’angolo del muro, così da permettermi di vedere il suo volto a tre quarti, mentre gelosamente ne conserva una parte per sé. Guarda in basso, giocherellando con le dita, i suoi lineamenti sono malinconici, come i suoi occhi verdi che chiamano a raccolta i ricordi mentre parla delle cose che non vanno a casa, esprimendo, tuttavia, il desiderio di tornarci. Ora è in comunità e il fratellino rischia la stessa sorte. Da alcune frasi, tra le poche pronunciate, sembra sia un ragazzo intelligente e già saggio. Qua e là, il dott. S. gli strappa un sorriso, si percepisce che tra loro c’è intesa, un bel rapporto. Il dott. S. mi chiede di dargli un appuntamento per vederlo da solo nei prossimi giorni e raccogliere un’anamnesi approfondita, così Luca mi lancia un’occhiata di indifferenza, poi saluta senza guardarmi. Comprendo.
Uscito Luca, il dott. S. accenna qualcosa sulla costituzione del Sé e comprende che sono interessato, ma anche che non afferro pienamente, allora alza gli occhi con tenerezza ed io percepisco il vuoto nel mio sapere, mentre sottobanco, a bassa voce, come per non farsi sentire dai bastioni dell’accademia, di cui lui non fa parte, mi riempie la testa in una discussione che deraglia sempre di più su ciò che dovrei leggere. Non so da dove iniziare, se da Melanie Klein o da Russell Meares. Forse dovrei ripartire da un po’ di storia sull’inconscio e comprare Ellenberger oppure riprendere Jaspers, che mi sono fermato solo a pagina 55, visto che nessuno mi ha mai chiesto di preparare un Power Point su Psicopatologia Generale. Esco confuso, come se avessi acquistato delle sostanze stupefacenti da portare a casa e nascondere nel cassetto il prima possibile. Eppure succede spesso che in contesti ufficiali si sentano nomi altisonanti di psichiatri che hanno fatto la storia e costruito un sapere, ma l’antifona è sempre la stessa: se ci tenete, leggete e studiate, che è importante. Ed ecco noi specializzandi: una folta schiera di autodidatti confusi.
Col passare dei giorni, di tanto in tanto, penso a Luca, a quella indifferenza così sottile e pungente, penso a quante volte i pazienti ci guardano con sufficienza o disprezzo. Sulla PANSS c’è l’item “ostilità” e anche “mancanza di cooperazione”; e alla “depressione”, invece, che punteggio darei? Per quanto tempo sarà stato buttato sul letto senza uscire né mangiare, piangendo e pensando alla morte, mentre la madre si sballava? Sicuramente su “disturbo del controllo degli impulsi” dovrei dargli un punteggio alto: Luca ha rischiato di ferire il fratello perché non faceva silenzio. Il dott. S. fortunatamente non mi ha chiesto un punteggio, non credo lo avrebbe mai fatto, è un bravo medico, peccato che nessuno lo sopporti e debba stare attento a parlarne troppo bene, perché potrei aizzare sentimenti ostili ed essere travolto dalle faide interne alla Struttura.
Pensieroso, trascorro i giorni: mi sento inadatto, mi rendo conto che Luca, con la sua giovinezza e la sua malinconia, mi mette in difficoltà più di quanto non pensassi. Penso a quel saluto negato, alla sua dichiarazione di indifferenza, di distanza tra il mio mondo e il suo. Mi chiedo se sarò in grado di rompere quel muro di cemento armato e comprendere cosa c’è che non va. Così provo a cercare nei meandri della mia formazione universitaria qualcosa di adeguato, che mi suggerisca una strada per comprendere senza abbandonarmi troppo alle mie fragilità, ai miei pregiudizi o anche soltanto a ciò che l’intuito mi suggerisce. In quei meandri non trovo nulla, adesso che ci penso, è tutto lasciato al mio eventuale savoir faire, alla mia empatia, che poi, in fin dei conti, se ce l’ho o non ce l’ho nessuno lo sa con certezza. Ciò che riesco a capire è che Luca è “discontrollato” e ho ben presente quale farmaco dare, ma per lui sarà una risposta parziale e in quanto tale non basterà. Forse è ancora presto per preoccuparmi, ma i miei colleghi più anziani sembrano lamentare la stessa sensazione. Pensavo che dopo  4 anni di Specializzazione in Psichiatria si potesse uscire dalla formazione universitaria dicendo di aver sperimentato (anche) gli strumenti per comprendere il mondo dell’Altro, al di là della propria predisposizione o intuizione, e avere almeno un’idea di come andare in profondità, oltre le categorie. Un’idea, chiedo solo un’idea.
Qui, dalla Base, l’importante è reclutare, capire in quale studio Luca può essere inserito. Obiettivo delle giornate: convincerlo a firmare il consenso, non appena si capisce se è bipolare, schizofrenico o disturbato nella personalità. No, non crediate che appaio un insicuro nella vita e nel lavoro, i miei colleghi mi fanno sentire bravo e a fare le valutazioni con SCID 5, PANSS, Y – BOCS, BULIT effettivamente me la cavo. In fondo, le valutazioni testistiche chi me le può contestare? Anche se non sai interpretare o comprendere, qualcosa tiri fuori, registrando dati di fatto. Non rischi di annaspare. C’è il delirio? Durante gli episodi affettivi o anche senza? Ci vuole fortuna a trovare un paziente che ti elenchi i criteri del DSM come vorresti tu, e comunque quando te li elenca c’è puzza di imbroglio e allora cerchi compromessi tra le crocette. Passo il tempo a ragionare su quanto sia soddisfatto un criterio, su quale farmaco prescrivere per alleviare un sintomo, non su come quel paziente vive il proprio tempo, l’Altro, la propria morale, le proprie colpe, i propri demoni, in quale atmosfera vive, quali sono i criteri per comprenderla e quindi arginare la sua sofferenza, al di là dei farmaci. Noi specializzandi, spesso, non sappiamo come fare, ma millantiamo autocontrollo e certezze. Noi siamo attori.  Combattiamo tra il destino e il libero arbitrio, come il Pulcinella di Bella e Perduta, visionario film di Pietro Marcello. Pulcinella, recuperato nella sua antica funzione di psicopompo, intermediario tra i vivi e morti, viene inviato sulla Terra a salvare il bufalo Sarchiapone da un sicuro macello e così inizia il suo lungo girovagare per una Patria bella e perduta, destinato a svolgere compiti di cui ignora le profondi ragioni. Lui, alla fine, toglierà la maschera.
A noi giovani inesperti i test possono dare una direzione, portano avanti le nostre ricerche, tolgono dall’imbarazzo di non avere altri strumenti, ma i pazienti vogliono essere ascoltati. E significare qualcosa. Non ho tempo per queste cose, dovrò tornare a casa a studiare per conto mio ciò di cui non potrò discutere con nessuno, se non in maniera estemporanea, cose che ormai sono appannaggio della filosofia e della storia, radici culturali destinate a morire, che l’Università dovrebbe invece insegnare in maniera sistematica, con serietà ed un preciso criterio. Sì, certo, continuo imperterrito a farmi domande più grandi di me, e tra una consegna e l’altra qualcuno mi risponde frettolosamente, qualche strutturato che mi vuole bene, che ha fatto il suo corso e che prova tenerezza e stima per la mia curiosità, come il dott. S., ma sento che non basta, che così neanche i test sono attendibili. Non pretendo che la Scuola di Specializzazione diventi un Scuola di Psicoterapia o di Filosofia, ad ognuno la libertà di scegliere il proprio percorso quando sarà il momento, ma in essa non sta rimanendo traccia alcuna delle sue radici umanistiche, se non in pillole. Mi appare come un’istituzione in cui il non sapere costituisce la giusta misura. Un non sapere che abito, col fiato sul collo dei pazienti che non s’arrendono. Sento che c’è un mondo che non riesco ad afferrare, e non parlo al plurale per non peccare di generalizzazione, ma vorrei tanto farlo per non sentirmi troppo solo.
Adesso Luca mi aspetta, bello di una bellezza che sembra non condividere nulla con me, ma che da me si aspetta qualcosa. E anche questa volta qualcosa dovrò inventarmi.
 
 
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