OPERATORI SANITARI E AGGRESSIONI SUL POSTO DI LAVORO. OLTRE LA CRONACA

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di Ilaria Vannucci, Psichiatra Psicoterapeuta, Dirigente medico ATS Sardegna ASSL Cagliari, Docente Scuola Psicoterapia Cognitiva ATC Cagliari
 
Recentemente la cronaca nera si è interessata di sanità e lo ha fatto raccontando episodi brutali e violenti che hanno visto, loro malgrado, protagoniste in quanto vittime, medici donne.
I dati allarmanti sulle aggressioni ai sanitari, amplificati da interrogazioni parlamentari e regionali, impongono una riflessione, si spera profonda e proficua, sul rapporto critico tra sicurezza e lavoro in sanità.
Le istituzioni e i sindacati di categoria osservano il fenomeno da un punto di vista quantitativo, base conoscitiva primaria per formulare provvedimenti legislativi e raccomandazioni integrative rispetto a quelle già emanate nel 2007 (1) (2).
Una zona d’ombra, poco citata e approfondita, è rappresentata dalle complicanze psichiche che le vittime di aggressioni sul luogo di lavoro devono affrontare nel superare i drammatici momenti dell’aggressione e riprendere una vita, per quanto possibile, normale.


Il mio contributo ha come obiettivo quello di accrescere la consapevolezza tra gli operatori, e nell’opinione pubblica, sulle conseguenze che comporta essere vittime di episodi di aggressione e violenza da parte di coloro che sono i destinatari della professione di aiuto e sulle numerose incongruenze che ancora esistono nella gestione del percorso di cura dei sanitari aggrediti.
Le vittime sviluppano e affrontano nella complessa ricostruzione della loro esistenza come individui e professionisti, nel contesto lavorativo e nel rapporto con il paziente, sintomi psichici che rientrano, secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali 5 ed. (2), nella cornice diagnostica dei Disturbi Correlati ad Eventi Traumatici e Stressanti. L’intensità dei sintomi che si sviluppano successivamente all’evento traumatico ha un’ampia variabilità interpersonale, sebbene sia sempre riconoscibile la triade traumatica caratterizzata da iperarousal, flashback, evitamento attivo degli stimoli legati all’evento e comparsa di sintomi fobici rilevanti.
 
I segnali del disturbo traumatico influenzano pervasivamente il comportamento dei sopravvissuti: disforici o apatici, depressi, arrabbiati, con i nervi a fior di pelle e aggressivi, spesso con la sensazione di essere spettatori della loro vita, distaccati emotivamente e incapaci di riconoscere affettivamente luoghi e persone notissimi e familiari, incapaci di relazionarsi serenamente con i partner ed i figli, in grande difficoltà nella ripresa dell’attività lavorativa, diffidenti e impauriti dai colleghi e, soprattutto, dai pazienti. Durante questo periodo, variabile nel tempo per intensità di sintomi e durata in funzione della gravità dell’evento lesivo e di caratteristiche individuali di resilienza, la vittima di aggressione sul lavoro è chiamata a svolgere, successivamente all’evento, attività inconsuete dal punto di vista burocratico, sanitario e legale che accrescono il senso di vulnerabilità ed impotenza.
Sebbene molto evidenti sin dai primi istanti dell’evento traumatico, i sintomi psichici secondari all’aggressione sono raramente riscontrati e refertati nelle circostanze di primo soccorso, volto esclusivamente a scongiurare l’imminente pericolo di vita e a verificare l’integrità fisica di organi e apparati.
Come accade per ogni lesione d’organo, anche per l’apparato psichico le vittime hanno necessità di accedere immediatamente ad un percorso diagnostico e di cura specifico.

La psicoterapia, se ben condotta da terapeuti formati e qualificati, è estremamente efficace ed in grado di produrre, nell’arco di pochi mesi, risultati postivi sul funzionamento lavorativo e sociale, rappresentando un’efficace forma di cura dei sintomi psichiatrici del Disturbo da Stress acuto e Post Traumatico e di prevenzione della sindrome da burn out che spesso si sviluppa dopo un episodio di aggressione.

Ulteriore criticità per l’operatore sanitario vittima di violenza è rappresentato dal momento in cui riprende l’attività lavorativa. La ricomposizione delle dinamiche tra i lavoratori successiva all’evento lesivo è sempre complessa e carica di emotività inespressa e fortemente disturbante. Raramente è gestita dall’organizzazione sanitaria datrice di lavoro con consapevolezza e con le professionalità necessarie.
A tutt’oggi in Italia il servizio sanitario nazionale non prevede alcun intervento qualificato e specifico per le vittime di aggressione e per le organizzazioni dove le vittime prestavano servizio. Solo il sistema sanitario privato è in grado di rispondere in maniera esaustiva con professionisti motivati e formati sul trauma psichico. Ovviamente l’onere delle cure in questo caso è a totale carico delle vittime.
Come professionista impegnata nel diffondere le tematiche del trauma psichico complesso e dei disturbi che da questo ne conseguono, ho ritenuto importante che anche questi aspetti esistenziali comparissero sulla scena, accanto ai fatti di cronaca.
La sofferenza di questi professionisti non deve e non può più essere solo un fatto privato ma un segnale importante di disfunzione organizzativa della sanità italiana, che va affrontato con gli strumenti e le competenze che la gravità del fenomeno richiede, sia nel prevenire le aggressioni sia nel percorso di assistenza e cura dei sanitari aggrediti.
 
BIBLIOGRAFIA
  1. Ministero della Salute (2007), Raccomandazione n. 8 Per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari.
  2. A cura dell'Esecutivo Nazionale FIMMG Settore Continuità Assistenziale Dossier Violenza - Storie di ordinaria follia, Data pubblicazione: 20/09/2017201709_DossierViolenza.pdf. www.fimmg.org
  3. American Psychiatric Association. Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders Fifth Edition DSM-5 (2013), American Psychiatric Publishing, Arlington, VA. Tr.It. Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quinta Edizione pp. 307-336. Milano: Raffaello Cortina Editore