Ettore Majorana non era un gatto

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Da molto tempo non si parla più della scomparsa di Majorana. Caso risolto? A mio parere sì, con una verità materiale nuda e cruda, priva della corrispettiva variante di verità storica. Il 25 marzo 1938 Ettore Majorana fece materialmente scomparire il proprio corpo, come più o meno bene tentano di fare tutti gli anoressici, senza lasciare tracce cadaveriche: non morti viventi ma immortali, vivi perché non muoiono mai.

Questa è la verità materiale. Devo andare più piano per ricostruire la probabile verità storica.
Un gioiello di scrittura, La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia del 1975. Poche pagine avvincenti che si leggono in un paio d’ore. Istruiscono sulla dicotomia tra verità materiale e verità storica, che Freud propose nel 1938 nella terza parte del suo romanzo storico L’uomo Mosè e la religione monoteistica. Esiste una verità materiale: l’esistenza di Mosè, salvato dalle acque dalla figlia del faraone. Warning! La verità materiale non è necessariamente storica. Non sappiamo se Mosè sia esistito storicamente. Ma basta congetturarlo per costruirci sopra un romanzo, che forma la verità storica come interpretazione di quella materiale. Quello imbastito da Freud è il solito e prevedibile romanzo edipico del parricidio, che avrebbe istituito il legame sociale del popolo ebreo. Secondo Freud gli ebrei uccisero il Padre Mosè, prima di uccidere il figlio Gesù, sotto la legge di un secondo Mosè, sostituto necessario del primo. Fu, quello freudiano, lo strano caso in cui la verità storica precedette, forse determinò, quella materiale. 

Nel caso di Majorana, invece, sappiamo che il grande fisico è esistito. Lo testimoniano gli scritti sulla struttura del nucleo (in tedesco) e sul neutrino come antiparticella di sé stesso. Il resto è di un silenzio assordante, dove la verità storica si tace.

La ricostruzione di Sciascia della verità storica è paradigmatica della mentalità non scientifica (non è un rimprovero!). Invece di considerare al modo di Cartesio ogni verosimiglianza falsa, il romanziere si butta a capofitto giù per l’albero delle verosimiglianze. Ad ogni snodo, di fronte all’alternativa tra due o più ipotesi verosimili ma diversamente probabili, sceglie ingenuamente la più probabile, seguendo il principio statistico della maximum likelihood, e dopo pochi salti atterra su una verità attualmente molto vera: il rifiuto della scienza. Un sintomo? Il termine “teorema”, caposaldo della scienza antica, è usato nel linguaggio giuridico nel senso di ricostruzione cervellotica dei fatti. Quale fu il teorema di Majorana secondo Sciascia? All’insaputa di tutti, Majorana si sarebbe ritirato in un convento dell’Italia del Sud perché avrebbe intuito l’orrida verità della propria fisica nucleare: l’approdo mortifero all’energia atomica.

Il rifiuto della scienza non si discute: è la verità storica del nostro tempo, data la verità materiale della super-tecnologia (equivocata come scientifica). Non c’è bisogno di scomodare il genio di Majorana né di scriverci sopra romanzi per saperlo. Basta volerlo riconoscere, cominciando dal sospendere l’equazione tecnologia = scienza. Peccato che Sciascia manchi di precisare che il rifiuto della scienza è una verità collettiva prima che individuale. È la nostra verità universale quotidiana, ufficialmente e simbolicamente stabilita dal processo di condanna a Galilei del 1633. Da allora tutti noi succhiamo con il latte materno la resistenza alla scienza, che minaccia le nostre verità di fede – ciascuno la sua – quindi la nostra stessa vita collettiva. Dobbiamo resistere alla scienza per essere popolo. La popular science non esiste; è solo senso comune. I professori di lettere e filosofia ne traggono un non piccolo vantaggio professionale di prestigio culturale. Mia moglie, che insegna lettere alle scuole medie, contesta questa banale verità materiale, ma è pur vero che, dopo quattro secoli, nei licei classici italiani non si cessa di non insegnare il calcolo infinitesimale di Leibniz e Newton. Al classico la matematica è rimasta la classica geometria euclidea, che anche a Galilei andava stretta, essendo la matematica dei processi lineari, riproducibili con riga e compasso.

Piccolo détour, per caso significativo. La scomparsa di Majorana non è come la scomparsa del mio gatto, che è sparito, approfittando della confusione al momento dei saluti, dopo l’invasione di casa dei miei nipoti che hanno così festeggiato a sorpresa il mio 79-esimo compleanno con due giorni di anticipo. Al mio gatto non interessavano gli antineutrini come antiparticelle di sé stessi ma solo la pace domestica, minacciata dal vociante cuginame.

Qui sta il punto. Sciascia allude a qualcosa di più profondo, relativamente al soggetto della scienza. Afferma che Majorana soffriva di una sindrome intermedia tra quella di Stendal e di Pascal, oggi si direbbe di Asperger. Come Stendal, Majorana pativa la propria precocità, nella fattispecie matematica, che si realizzava anche come capacità di eseguire rapidamente astrusi calcoli mentali. A noi comuni mortali la rilevanza della cosa può sfuggire. La performance calcolistica del genio – tipica quella favoleggiata di Eulero o di von Neumann – non è mai dovuta solo all’abilità di eseguire dei calcoli meccanicamente come li faremmo noi, seguendo pedissequamente le regole, ma presuppone la dimostrazione di riposti teoremi generali relativi alla particolare  combinazione numerica. Come Pascal Majorana soffriva l’esprit de géométrie, meccanico,che soffocava l’esprit de finesse, intuitivo.

Non ricordo più quale matematico moderno abbia detto, certamente per esperienza personale, che lo sviluppo della facoltà matematica blocca lo sviluppo psichico. Molto probabile; non lo posso confermare, non essendo un genio, ma solo un matematico dilettante. È sicuramente vero il viceversa: lo sviluppo psichico “normale” si conclude regolarmente inibendo la facoltà matematica. Esito forse necessario alla convivenza civile che richiede di sopravvalutare la dimensione ontologica collettiva rispetto all’epistemica individuale. Da qui il “disagio nella civiltà” che il genio matematico, come Majorana, è predestinato a soffrire, concludendosi nove volte su dieci nell’isolamento. Allora scompare dal consesso civile, come Pascal nel XVII secolo o più recentemente come Grothendieck.

Il genio è diverso dal mio gatto, che non è mai scappato di casa. Il giorno dopo l’abbiamo ritrovato nell’angolino più silenzioso e riposto dello stabile. A suo modo ha preso le distanze dal collettivo, ma senza dimostrare teoremi. Non essendo un gatto, Ettore Majorana non ricomparve più.