Recensione a "CHIARA FERRAGNI - UNPOSTED"

Locandina
Year
Country
Italia
Director
Elisa Amoruso
Autore
Giovanni Stanghellini
“Spero di piangere in modo carino” - dice Chiara Ferragni mentre prepara la scena del suo matrimonio. Scene da un matrimonio, appunto.
Questo è il Truman show 2.0. Il signor Truman era il protagonista reale e involontario di una vita artefatta del cui essere fittizia tutti sono al corrente tranne lui; una storia orchestrata da altri.
La signora Ferragni, invece, è la protagonista consapevole e volontaria della sua vita come storia rappresentata
Come Valmont nelle “Liaisons dangereuses” - ne scrive Malraux - è un personaggio che “si concepisce”:
“Egli (Valmont) proietta davanti a sé una rappresentazione di se stesso fatta di un tono particolare, di lucidità, di disinvoltura e di cinismo, molto concreta per il lettore. E i mezzi che adopera per conformarsi a questa immagine sono quelli che Laclos suggerisce al lettore per somigliare a Valmont”.
La Ferragni proietta una rappresentazione di se stessa altrettanto lucida e disinvolta, e seducente; ma non cinica, anzi ammirevole per i suoi buoni sentimenti.
Il “fascino per il suo personaggio è la sola autentica passione del visconte” - scrive Malraux del visconte di Valmont - e lo stesso può dirsi della signora Ferragni. Riuscirà a dominare la sua passione? A non farsene travolgere? E se a lei riuscirà (come le auguro), riusciranno le sue fans a non farsi travolgere dalla passione di essere come  lei? Questo è ciò che mi preoccupa...

La sua rappresentazione è consapevole? Volontaria?
Si può dire che è una persona che diventa il suo personaggio. E questo è il fascino che esercita sulle masse adolescenti. Essere personaggio è ciò che le adolescenti desiderano e per questo la adorano. Lei è personaggio. Il resto è noia. Vale la pena di vivere se non si è un personaggio?

Ma per diventare personaggio è necessario rinunciare al pudore. Cioè rendere pubblica la propria vita. Ovvero: scegliere cosa rendere pubblico della propria persona onde divenire personaggio.
Il pudore, dov’è il pudore in questa storia in cui si rendono pubblici i momenti più intimi di una vita (la nascita di un figlio, la scoperta dell’amore come rinuncia a una parte di se’, scelta che dovrebbe restare, sofferta in silenzio, e che qui diventa invece aforisma pop, pillola di filosofia)?
Cosa ne è della vita se diventa rappresentazione di se stessa?

La Shoah è meno grave di ciò che mostra questo film.
Perché è più circoscritta e riconoscibile. Lì il bene si distingue dal “male”. Qui invece il “male” è mimetico, contagioso, tendenzialmente endemico. Anzi questa rappresentazione è costruita per creare il “male” - se con “male” si intende farsi modello di una vita da imitare. Il male è propagandare spudoratamente questo modello.
Il “male” è rinunciare a vivere per fare della propria vita uno spettacolo. E di questo spettacolo il mezzo per ottenere consensi - per “condividere” (share) come si dice senza alcuna consapevolezza dell’abuso perpetrato su questa parola. E tramite questi consensi ottenere proseliti (NB: tutti coloro che non stanno a questo gioco saranno chiamati haters, incluso temo il sottoscritto).

Il “male” è la smaterializzazione del corpo. Una Barbie in insalata è il logo di TBS, The Blonde Salad, il blog della signora Ferragni. Quindi il “male” è l’evaporazione della vita, delle relazioni che una volta si chiamavano “reali”.
“Male” in senso etico, e psicopatologico. Epifania della sproporzione ottico-cenestesica - la stessa che troviamo nell’anoressia, di cui la Barbie in insalata è emblema involontario. Un Se’ disincarnato che riesce a ritrovarsi solo tramite lo sguardo dell’altro. Che riesce a vedersi solo grazie all’essere visto. Lo sguardo dell’altro che rappresenta la salvezza dalla smaterializzazione del corpo - l’occhio dell’altro come protesi ottica del proprio Se’ (su questa analogia tra anoressia e rappresentazione ottica del Sé rimando al mio libro “Selfie. Vedersi nello sguardo dell’altro”, che uscirà a gennaio 2020 con l’editore Feltrinelli).

È un “male” soggetto e diretto dallo sguardo dell’altro. E un “male” subdolo in quanto mascherato da bene perché si ripara sotto l’egida di esortazioni come  “siate voi stesse!”, “se avete un sogno provate a realizzarlo con tutte voi stesse!” - e simili rovinosi e apparentemente innocui incoraggiamenti che risuonano con il buon senso (difficile da contraddire) del “va dove ti porta il cuore”.
Il “coraggio di vivere”, che nella sua antica versione (Paul Tillich) era il coraggio di essere persona ed esistenza, è barattato con il coraggio di essere personaggio e storia da raccontare.
A più riprese nel docufilm si esorta a ribaltare gli eventi negativi della propria vita in opportunità. Viene in mente quella rappresentazione sontuosa di questo rifugio narcisista dalle avversità della vita che è impersonato dalla sorella di Justine (la protagonista di “Melancolia” di Lars von Trier). Claire, la sorella iper-adattata della squilibrata Justine, vorrebbe trasformare la collisione dell’astro malefico con la Terra in un avvenimento - appunto uno “spettacolo”.
Ciò che manca a questa etica che vuol fare anche del male un bene, della disgrazia una grazia - ciò che difetta a questa pretesa trasmutazione alchemica del negativo in positivo  - è il riconoscimento della complessità, per cui tutto diviene slogan.
Ciò che eccede in essa, invece, è una fede irrazionale nella separabilita’ del bene dal male.
Ma gli slogan propagandati da un blog e incarnati da un personaggio saranno un valido scudo di fronte alla prima vera avversità per le fans della signora Ferragni?