La scienza, la fede acritica e la psicoanalisi secondo Gilberto Corbellini

Sgomita e alza la voce, per avere il suo posto nella storia, un gruppo di autoproclamati “epistemologi” la cui occupazione prediletta sono le crociate contro la psicoanalisi. Come tutti i crociati sono alquanto fanatici e come tutti i fanatici sono tormentati da dubbi e costretti a convertirli in certezze. La loro avversione nei confronti della psicoanalisi è un fatto legittimo, fa parte della libertà d’opinione. Quello che rende i loro interventi sgradevoli, è una chiara professione di fede alla scienza che di fa essa un oggetto metafisico, trascendente. Questa fede cercano di diffonderla come culto religioso.
Uno degli esponenti del gruppo, docente di bioetica alla Sapienza di Roma e conoscitore della psicoanalisi per sentito dire, in una sua intervista a un settimanale dà un chiaro esempio dell’uso della scienza come sapere autoreferenziale, apodittico, chiuso in se stesso. Dice: “Se applichiamo alla psicoanalisi, intesa come cura, i criteri che definiscono una pratica clinica scientifica, questa non lo è. È pseudoscienza.”
Quali sarebbero questi criteri? Con quali criteri si prende cura di un disagio psichico, in definitiva di una relazione sofferta con gli altri e con la vita? Con gli stessi con cui si cura una polmonite, con quelli con cui si costruisce un aereo, o con quelli con cui si prevedono le condizioni metereologiche? Gli adepti di una fede acritica alla scienza, che la perverte in un sistema ideologico, confondono l’esperienza con il suo apparato logistico, il sapere sull’“umano” con la tecnologia.
Quando la scienza vola alto (con Einstein o con Euclide) cambia il nostro modo di vedere la realtà e noi stessi. Essa può acquisire un’espressività quasi artistica se è aperta alla scoperta, all’imprevisto, alla meraviglia. Quando, invece, sì contrae, rinsecchita, nel suo campo tecnico, può diventare pericolosa dal punto di vista etico e servire cattivi padroni. La si può usare per la sedia elettrica, per la bomba atomica, per le cavie umane, per la tortura, per il “lavaggio del cervello”. La perversione del rigore del pensiero (l’osservazione attenta, la capacità di connessione tra i fenomeni e la capacità di rendere riconoscibile ciò che prima non era) nel calcolo può portare a conseguenze devastanti.
In realtà ciò gli apostoli di una scienza brutalmente neopositivista combattono, è il fatto che il sapere scientifico è, necessariamente, eccentrico a se stesso (e nient’affatto dispensatore di verità assolute, divine). Pur non potendo ignorare la vita nella sua oggettività, l’essere umano è davvero vivo nel campo della propria esperienza soggettiva. La scienza per poter costituirsi come sapere aperto al vivere  non deve diventare portavoce di un discorso che riguarda solamente le condizioni materiali della nostra esistenza. Se la conoscenza di queste condizioni deve accordarsi rigorosamente con il principio logico della non contraddizione (o a è b o a non è b), la nostra esperienza questo principio lo rispetta e, al tempo stesso, non lo rispetta. È l’eccentricità  della scienza rispetto alla propria logica fondativa che rende possibili, come Feyerabend ha dimostrato, le scoperte vere.
Della psicoanalisi si può pensare ciò che si vuole, ma la sua presenza nel campo del sapere e della cura di sé, ha reso più evidente l’eccentricità della scienza a se stessa, perché si colloca proprio in questo spazio che è un crinale. Si possono cercare certezze da tute le parti, solo dimenticando che la teoria della relatività e quella quantistica rispettano, ognuna per conto suo, il principio logico, ma sono tra di esse in aperta contraddizione.  Coloro che credono nelle evidenze inoppugnabili, seminano manipolazioni. Per essi la psicoanalisi sarà sempre un bersaglio (inconcludente).
                    

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