La femminilità e il governo della Città

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Nel suo libro “Sovrane. L’autorità femminile al governo” (Saggiatore) pubblicato nel 2013 e ripubblicato nel 2017 (scritto con rigore pari all’intensità), Anna Rosa Buttarelli filosofa, ben ancorata nella sapienza femminile, pone una questione politica ineludibile per il nostro futuro (e adatta a scuoterci dal rito apotropaico di cui sono ostaggio i nostri auguri di “buon anno nuovo”). Il fondamento della democrazia (di quella moderna come di quella antica) su un patto tra uomini che ha nella violenza non solo il suo rimosso (la stasis, la guerra civile contro cui si erge come argine) ma anche il principio del suo agire politico (il ritorno del rimosso come ordine regolatore). Questo patto ha abolito la relazione coniugale come origine della famiglia e l’ha sostituita con il padre, rendendo permanente, “civilizzata” e “civilizzante”, l’affermazione della società guerriera, androcratica sulla società pacifica, ‘matrifocale’

Riprendendo con forza il discorso di Carol Pateman, Anna Rosa mette in evidenza il rimosso per eccellenza della civiltà: “ogni contratto sociale, compresi quelli di lavoro, scaturisce dal contratto sessuale”. Nell’età moderna il contratto sessuale ha avuto la sua definizione culturale, giuridica e politica nella forma del contratto matrimoniale che ha sancito la subalternità erotica delle donne rispetto agli uomini, la repressione della loro natura e della loro creatività e la loro sottomissione politica a un tipo di società fondato sulla la loro emarginazione.




La relazione erotica è per natura paritaria, portatrice di un processo di socializzazione etico, compiutamente democratico: una comunità di cittadini diversi nei loro modi di essere, ma pari, senza distinzioni o esclusioni di alcun tipo, come soggetti desideranti. Questa comunità che si fonda sulle differenze, accorda la regola della maggioranza allo sviluppo libero delle declinazioni minoritarie che costruisce le costellazioni variabili di cui sono fatte le relazioni umane. Invece, il contratto sessuale/matrimoniale, affinato nella modernità, in cui la “libertà sessuale” di oggi (un inganno che scambia la profondità e l’intimità con la promiscuità indifferenziante) si iscrive come parte complementare, torce contro natura la relazione erotica e impone una socializzazione fondata sulla violenza ordinata.
Di particolare interesse, in questa prospettiva, è l’interpretazione data nel libro della parola greca anarché  che Eschilo associa a Antigone nella parte finale di Sette su Tebe (o chi per lui visto che questa parte è considerata come interpolazione successiva). La parola anarché, ‘l’assenza di arché’, è stata da sempre tradotta nel lessico della tradizione politica maschile come ‘disobbedienza, disordine, assenza di governo’. A  partire dal privilegio accordato al significato di archè  come ‘guida, comando ordinante’. Con questa logica significante androcratica, Antigone è stata considerata come fautrice dell’anarchia, nemica del governo della Città.
Se ad arché si restituisce il suo significato primo, ‘origine, principio generatore, inizio’, allora, dice Anna Rosa, anarché potrebbe essere tradotta come ‘senza principio’, qualcosa che è da sempre. L’intuizione è preziosa perché permette di sostituire alla concatenazione degli eventi secondo un ordine prestabilito, il divenire senza scopo a priori dell’esperienza, il suo fluire senza predeterminazioni in varie direzioni.
L’ “anarchia” erotica femminile (la condizione necessaria di un compiuto coinvolgimento sessuale) disattiva la connessione gerarchica tra ‘comando’ e ‘inizio’ (l’alleanza tra eiaculazione e frigidità, fondamento della società patriarcale) e si propone come un altro modo di governare: l’intesa (mai lineare) tra differenze che si desiderano.