L’altra metà di Dio: contro la distruzione, l’ala nera

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Dialogo tra Sarantis Thanopulos e Ginevra Bompiani

Sarantis Thanopulos: “Ginevra, ne L’altra metà di Dio (Feltrinelli) racconti l’atto della soppressione della civiltà al femminile, la sua cancellazione dalla nostra memoria a partire dalla cosmogonia mitica, il lato divino della narrazione delle nostre origini. Il libro inizia con un’analisi della ‘distruttività’ e della ‘ripetizione’. Sono parole che, a seconda di come si usano, possono esprimere idee opposte. Il senso della ‘distruzione’ cambia insieme all’opposto con cui si relaziona. Contro la ‘produttività’, può significare la desistenza dall’agire automatico, meccanico e allora è la produzione ad essere distruttiva. Opponendosi alla ‘conservazione’ può trovarsi sua alleata (come quando abbattendo un “ecomostro” si restituisce al paesaggio la sua polisemia). Opposta alla ‘costruzione’ può diventarne il complemento necessario, la ‘decostruzione’.

La ‘ripetizione’ può essere ‘coazione a ripetere’, il ritorno perenne di un trauma che comprime il desiderio e diventa una struttura ortopedica, una prigione. Ma può anche essere, come fai notare con Deleuze, “nuovo dono del nuovo, del possibile”. Tu leghi distruzione e ripetizione nel gioco dei bambini. I bambini distruggono i giocattoli nella loro concretezza per riaverli nella loro potenzialità, usarli in modo personale, sperimentale. Ripetendo il gioco, padroneggiano la loro apertura al mondo, radicano in sé la meraviglia. Mi piace la tua metafora musicale dell’accordo  tra il galoppo (il cavallo) e il ritornello (il canto degli uccelli). Il primo spinge il presente verso il futuro, il secondo è la “ronda dei passati e dei presenti”, l’illusione che è permanenza. Vedrei  nell’accordo tra galoppo e ritornello la congiunzione tra maschile e femminile dentro e fuori di noi. Disgiunti, il primo cavalca solitario verso la morte, il secondo gira impotente su se stesso.
 


 

 

Ginevra Bompiani: Il mio libro è anche un libro politico, perciò non tende alla moderazione e alla conciliazione, ma si batte per qualcosa e contro qualcosa.

Così, mentre con il tuo secondo esempio posso essere d’accordo, e cioè che la corsa del ritornello e del galoppo, le due forme musicali evocate da Deleuze, che si avvicendano verso la morte e contro la morte, spieghino la loro alternanza anche nel campo del femminile e del maschile – non altrettanto lo sono per quel che riguarda la distruzione.  La distruzione, per me, è una delle tre ali nere che fanno ombra al nostro tempo – insieme alla punizione e alla mistificazione. Non mi interessa darle uno spazio: per questo c’è già la morte, la rovina, la decadenza, il tempo.. La distruzione aggiunge a queste figure la mano dell’uomo (sì, soprattutto dell’uomo), ha fretta di azzerare, di fare tabula rasa, di cancellare. Io sono sempre incerta, sia per l’umano che per l’insetto morente, se sia meglio affrettarne la morte, privandolo della sua agonia, o lasciargliela vivere in pace. Ho detto ‘incerta’: ogni essere senziente può decidere per sé. Gli animali non possono; di qui la mia incertezza.

Non voglio dire che si tratti di un libro ‘settario’, che difende la propria tesi. Non è un libro a tesi, ma di esplorazione, e nel suo viaggio esplorativo in una selva oscura, a colpi di accetta per sfoltire il sentiero, cerca la strada per uscire da queste ombre,  le ombre oscure della selva: cerca tre vie d’uscita. Non vuole dare una piccola pacca sulla spalla a nessuna delle tre. Le vedo come tre invasioni, e io voglio liberarmene, non accettarle.