Giorgio Cosmacini
Medici e medicina durante il fascismo
Pantarei, Milano, 2019
€ 10,00
Sono numerosi i motivi di interesse per questo libro di Giorgio Cosmacini a cominciare proprio dall’autore che è medico e filosofo, storico della medicina e della filosofia, è stato docente universitario, ed è autore di numerosi saggi di alto livello come L’arte lunga. Storia della medicina dall’antichità a oggi (Roma-Bari, Laterza, 2005) e il più recente Concetti di salute e malattia fino al tempo del coronavirus. Manoscritti medico-filosofici per longevi di oggi e di domani (Milano, Pantarei, 2020).
Novantaquattrenne, Cosmacini ha dedicato una buona parte della propria vita accademica e professionale alla socializzazione del sapere e alla divulgazione, e con questo libro approfondisce un aspetto peculiare della storia della medicina italiana (vedi anche, per affinità tematica, Guerra e medicina. Dall’antichità a oggi. Roma-Bari, Laterza, 2011).
Un secondo motivo di interesse sta nella discussione dell’etica professionale collocata tra medici che si opposero al fascismo, altri che collaborarono attivamente, ed altri ancora che si adeguarono alla situazione. È poi presente l’analisi della dimensione simbolica del corpo, della corporeità e della salute-robustezza individuale e nazionale, dimensione utilizzata anche come componente della propaganda di regime. Del resto, con le leggi razziali è la medicina stessa – una parte della medicina – che si fa portavoce della superiorità razziale e che piega l’etica medica, professionale e scientifica per scopi di sopravvivenza, di connivenza o di convinta adesione.
Il primo capitolo è dedicato alla corporeità in tre diverse accezioni: il corpo fisico (e il corpo del Duce), il corpo dottrinale e il corpus hippocraticum. A questa apertura sugli aspetti della fisicità, reale e simbolica, segue il secondo capitolo che tratta le grandi battaglie del fascismo contro la malaria, la tubercolosi e la sifilide, e proprio circa la lotta contro la sifilide (o neurosifilide, lue venerea, mal francese, morbo gallico) è richiamata l’opera dello psichiatra Julius Wagner von Jauregg (Wels, 7 marzo 1857 – Vienna, 27 settembre 1940) e la sua proposta di combattere la sifilide, nella sua manifestazione di paralisi progressiva, per mezzo della malarioterapia. Per questa scoperta allo psichiatra viennese fu conferito il premio Nobel nel 1927; del resto, secondo l’opinione del neuropsichiatra Ugo Cerletti, la malattia venerea era, a metà degli Anni Venti, il problema emergente nel nostro Paese.
Dopo una ricognizione su alcune figure professionali storiche, come il medico di condotta, della mutua, di ambulatorio, di territorio e di famiglia, Cosmacini affronta il tema dei medici dell’accademia e pone il quesito di fondo: “se la medicina sia un’arte oppure una scienza è uno storico dilemma che ha appassionato non pochi medici del passato e che, negli anni del fascismo, assume rilevanza e nuova coloritura nel pensiero di autorevoli esponenti del mondo accademico” (p. 61). Tra coloro che firmarono nel 1925 il manifesto del fascismo figura Enrico Morselli (Modena, 17 luglio 1852 – Genova, 18 febbraio 1929), dell’Università di Torino e poi di Genova, ove era titolare della cattedra di Malattie nervose e mentali. Allievo dello psichiatra Carlo Livi, psichiatra, filosofo e antropologo, fondatore e direttore della Rivista di filosofia scientifica e successivamente dei Quaderni di psichiatria, è necessario ricordare che il suo nome è legato, tra altre opere, a un pessimo trattato in due grandi volumi dal titolo La psicanalisi (1926).
Un altro nome di spicco a cui Cosmacini dedica alcune riflessioni è quello di Ugo Cerletti (Conegliano, 26 settembre 1877 – Roma, 25 luglio 1963) neurologo e psichiatra, autore tra l’altro de La malattia più diffusa (1923), “in cui la sifilide è detta curabile ricorrendo alla ‘pomata di Stato’ perfezionata dalla chimica farmaceutica e che si auspica possa essere introdotta nella vendita come già avvenuto per l’antimalarico ‘chinino di Stato’” (p. 77). Segue un’ampia ricostruzione della nascita della terapia di shock, del mancato premio Nobel a Cerletti e della sua collaborazione con il regime, mentre curiosamente non molto spazio è dedicato a Agostino Gemelli (Milano, 18 gennaio 1878 – Milano, 15 luglio 1959) a cui Cosmacini ha pure consacrato una pregevole biografia, Gemelli. Il Machiavelli di Dio (Milano, Rizzoli, 1985).
L’ultimo capitolo, dal titolo Macerie, si sviluppa su tre aree: la medicina del carcere, la medicina in guerra e i medici della razza (questi ultimi divisi tra oppositori e “fascistizzatori”). E, rispetto alle condizioni del carcere, sorprende leggere come “un medico in fieri, come Francesco Scotti può rilevare, meglio di altri detenuti, quanto sia ostile, sotto l’aspetto igienico-sanitario, l’istituto di pena, lontano oltre due millenni da quelle regole de aëre, aquis et locis che l’antico padre della medicina Ippocrate considerava come pilastri della buona salute” (p. 119). A Scotti – imprigionato mentre era studente di Medicina, riuscì a farsi arrivare i trattati di medicina in carcere e a ricevere anche una copia del pregevole Elementi di psicoanalisi (1931), di Edoardo Weiss, con prefazione di Sigmund Freud – Cosmacini dedica diverse pagine, concludendo il testo con il paragrafo riservato all’evento che nell’ideologia fascista avrebbe dovuto realizzare l’igiene del mondo, cioè alla guerra: “dovunque riemergono malattie che sfuggono a ogni controllo medico-sanitario… è uno shock igienico che, profondamente segnato da sottoalimentazione e malnutrizione… fa impennare le curve di morbilità e mortalità delle malattie epidemico-contagiose – malaria, tubercolosi, sifilide” (pp. 145-146).
Nel corso di queste pagine – che si chiudono con l’Appendice, la Cronologia, l’Indice dei nomi, l’Indice delle illustrazioni e il Repertorio delle opere citate – sono ricordati diversi grandi medici italiani del passato, da Cesare Frugoni a Carlo Forlanini, da Nicola Pende a Luigi Mangiagalli, da Giuseppe Levi a Donato Ottolenghi.
Il libro di Giorgio Cosmacini si pone come il recupero di una storia tutto sommato non remota che insegna fino a che punto le scienze, le arti e le tecniche (almeno in alcune loro sfaccettature) possano legarsi con il potere politico e con le ideologie dominanti. La medicina, e con essa la psichiatria, può così divenire un mezzo per il controllo sociale e un veicolo di indirizzo e influenzamento, proprio come altre professioni o dimensioni intellettuali.
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