La fragilità e la forza del Poeta: A Théodore de Banville di Baudelaire

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Thomas Mann sosteneva che l’intima natura del Poeta non ha nulla d’invidiabile. Il talento artistico, per lui, è piuttosto, una disgrazia. Credo sarebbe più esatto affermare che il talento artistico, più che “essere” una disgrazia, la presuppone: esiste, nel Poeta, una menomazione, una fragilità interiore che egli deve sforzarsi, ogni momento, di sanare con la sua arte – Occorre, comunque, precisare che, se tutti i Poeti sono interiormente fragili, non tutti gli individui interiormente fragili riescono ad essere veri Poeti – In questa poesia, Baudelaire ci parla di un Artista che, ad una menomazione originaria di estrema gravità, contrappone lo sforzo estremo vincente di chi possiede il vigore e il coraggio di un Ercole. Manca, nel personaggio descritto, quella capacità di “autocontenimento” (contenimento nel senso dello “holding” winnicottiano) che manterrebbe in modo automatico la coesione del mondo interno: impedirebbe al “sangue” di “fuggire da ogni poro”. Riconduce tale défaillance alla vendetta, per un torto antico, di oscure forze persecutorie. L’allusione allo “abito del centauro” (Nesso), ci parla di una donna (Deianira) come causa della disgrazia mortale. Si tratta di una figura materna arcaica onnipotente (sia assassina, sia figura divina) che, “presa per i capelli”, è costretta dal Poeta a concedergli la sua ispirazione.

A Théodore de Banville
 
Vous avez empoigné les crins de la Déesse
Avec un tel poignet, qu’on vous eût pris, à voir
Et cet air de maîtrise et ce beau nonchaloir,
Pour un jeune ruffian terrassant sa maîtresse.
 
…………………………………………………..
 
Poète, notre sang nous fuit par chaque pore ;
Est-ce que par hasard la robe du Centaure,
Qui changeait toute veine en funèbre ruisseau,
 
Etait teinte trois fois dans les baves subtiles
De ces vindicatifs et monstrueux reptiles
Que le petit Hercule étranglait au berceau ?

(Lei ha agguantato il crine della Dea / con un tale polso che la si sarebbe preso,/ per quella sua aria di dominio e quella noncuranza, / per un giovane ruffiano che atterra la sua amante (...) Poeta, il sangue ci sfugge da ogni poro: / forse l'abito del Centauro / che mutava ogni vena in funebre ruscello // era tinto tre volte nelle bave sottili / di quei rettili mostruosi e vendicativi / che Ercole infante strangolava nella culla?)

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