Suicidio e crisi economica

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Il tema proposto da Alberto e' molto attuale ma al tempo stesso richiama la problematica antica delal gestione del rischio suicidario nei nostri pazienti che dovrebbe essere sempre presente nel nostro preconscio terapeutico senza poratre a scelte antiterapeutiche e solo improntate alla difesa

Attuale sempre, il tema del suicidio e delle aspettative o ambizioni di previsione, prevenzione, predizione dell'evento , ma negli 'ultimi' tempi a rischio d'essere perfino 'trendy' nel clima di aziendalizzazione della sanità e di psichiatrizzazione delle esistenze e delle convivenze, fortemente condizionato da crescenti, e mai sopite, istanze di controllo sociale e ossessioni difensive, anche contro-fobiche, dei Servizi e dei professionisti
Al tempo stesso, intorno alla 'budgettizzazione degli obiettivi nonostante il senso' che monetizza e contingenta le funzioni fondanti l'operatività come fossero accessorie e 'divisibili', si attivano 'progetti' ambiziosi ed estesi d'intervento diffuso che mobilitano ingenti risorse umane, professionale, strutturali e, non ultimo, finanziarie, che faticano a comporsi in termini di ragionevolezza strategica e si disperdono in settorializzazione esasperata degli interventi, fino alla loro frammentazione o polverizzazione, in obbedienza a criteri consolidati di parcellizzazione dell'oggetto di lavoro e di ri-composizione posticcia di competenze presunte specialitiche intorno ad ogni 'parcella' fino allo smarrimento del fine e all'autoreferenzialità dei processi
A proposito del suicidio, in ogni sua variante fenomenica e 'gestionale( dai tentativi di suicidio alla questione dei 'sopravvissuti) si pone invece l'opportunità di una contestualizzazione accurata che preservi la complessità delle differenti vicende che intervengono nel suo determinismo come nelle sue conseguenze, senza che quella complessità 'singolare' si risolva in una giustapposizione di specialismi e ina compartimentazione degli scenari, ma avendo pittosto cura di agire in maniera integrante magari contaminando i codici pre-valenti e pre-potenti di interpretazione a pplicazione sanitaria e in particolare 'psy', con culture più orientate ad un'approccio soggettivante e collettivo insieme, da quella antropologica a quella sociologica, senza trascurare dimensioni apparentemente come la 'narratività' e la 'corporeità', da declinare nello specifico in maniera originale
Laddove e allorquando si ha il coraggio di esporsi a questa contiguità, continuità, promisquità conversante di matrici e di orizzonti, anche l'origine più sanitaria di un progetto a partenza aziendale, può assumere i tratti fiduciosi e rigenerativi della sollecitudine (cura) per la persona e per la comunità tra i più delicati e sfidanti che l'essere-nel-mondo come vincolo e come dono ci riserva, cioè riserva ad ognuno di noi nella nostra umanità

La connessione tra suicidio e perdita di lavoro è diventata ormai una convinzione radicata e ogni giorno nei giornali sono citati nuovi casi. Cito due giornali di tendenza politica opposta. Panorama del 18 aprile che titola “crisi, boom dei suicidi” e cita statistiche addirittura aggiornate al 2013 con aumento del 40%dei casi in particolare nelle regioni del nord. I dati sono provenienti da Link Campus University. Mi sfugge come si riesce a fornire dati e correlazioni così nette.
Meno grossolano Il Fatto Quotidiano (1 maggio 2013) che cita una ricerca della Stanford sull’aumento nei paesi anglosassoni della depressione e dei suicidi. Questo è il dato oggettivo, ma è collegato nell’articolo con l’austerity e con la diminuzione delle spese sanitarie. Il titolo poi è netto: “l’austerity uccide: 10 mila suicidi e un milione di depressi” del tutto scollegato e “stereotipato” nel senso etimologico della parola. Il fatto quotidiano due giorni dopo rincara la dose affermando che i suicidi sono aumentati del 10-15 %. Questo dato è tratto da una ricerca (ma in che periodo, in che territorio e come sono valutate le cause …) di uno psichiatra, Maurizio Pompili, che nel corso dell’intervista è invece cauto e parla genericamente di risposte soggettive alla difficoltà economiche, di prevenzione e di essere attenti alle richieste di aiuto. Questa “ricerca” viene ripresa da altri siti e diventa progressivamente verità scientifica.
I talk in particolare quelli più critici con il governo (in particolare con quello di Monti) hanno fatto loro questa teoria e alcuni sono convinti nel collegare i suicidi con la crisi e con la perdita di lavoro.  Sono stato colpito da una puntata di Piazzapulita in cui nel discorso di apertura veniva affermato il concetto di suicidio di stato, legato alla crisi economica e alla politica sia dei governi che politica tout court. Le percentuali sono sparate a casaccio e aumentano nel tempo.  Nei dibattiti per quanto molto accesi, non ho mai visto nessuno mettere in dubbio queste affermazioni. Al massimo tra destra e sinistra si rinfacciavano la responsabilità della crisi economica.  Ovviamente tutto ciò ha una ricaduta sulla gente e nel Salernitano la famiglia di un suicida ha affisso un manifesto in cui accusano lo stato di essere la causa della morte del loro caro.
Ho avuto ultimamente pazienti depressi perché hanno perso il lavoro o sono stati declassati dalla crisi economica e quindi penso che il problema non sia da sottovalutare. Uno di loro è stato coraggioso e ha sopportato una grande sofferenza nell’accettare un lavoro più  umile e ricostruirsi un’identità, dando inizio al miglioramento, ben al di la dell’aiuto che potevo dargli io. Per anni nel percorso di riabilitazione creavamo le Borse lavoro per cercare di ricostruire un legame tra la sofferenza psichica e una vita di relazione non umiliante. Quando si affrontano questi problemi si ha sempre paura di affermazioni che siano interpretate come ciniche.  Voglio ricordare un bel film di Jason Reitman, Tra le nuvole, in cui George Clooney fa il cacciatore di teste, scafato e umano allo stesso tempo e su molte persone che licenzia, una dirigente, la meno sospettabile si suicida. Con la dovuta cautela, trasportando la vicenda alla nostra professione, io ho avuto sempre molta attenzione ai pazienti possibili suicidi, ma sono anche convinto di non avere mai certezze sulla prevenzione. Ho sempre sostenuto che se uno psichiatra non ha un suicida sulla coscienza, non è bravo, ma evita i pazienti difficili.  L’errore è sempre in agguato. Mi piacerebbe sentire il parere di colleghi e della loro esperienza diretta, clinica (astenersi da statistiche!).